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Comune di Santorso

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Villa Rossi e parco storico



Clicca qui per consultare le aperture nel 2012.

La Villa
Il complesso urbanistico della villa e del podere di Alessandro Rossi a Santorso, ora comproprietà dei comuni di Schio e di Santorso, costituisce un singolare episodio della storia dell’architettura veneta del secondo ottocento, frutto della collaborazione tra potere industriale scledense di Alessandro Rossi e l’architetto vicentino Antonio Caregaro Negrin.
Nel 1862 Alessandro Rossi aveva iniziato l’ampliamento della sua azienda tessile che avrebbe avuto tra il 1870 e il 1880 il massimo sviluppo con la creazione dei quartieri operai di Schio e di Piovene-Rocchette.
Il 28 Marzo 1865 il Rossi acquistò dalla famiglia Prosdocimi l’antica villa Bonifacio-Velo di Santorso con l’annessa chiesetta di Santo Spirito e gran parte dei terreni circostanti per farne un’oasi di pace per la sua famiglia e per creare un “Podere Modello “ con i più avanzati sistemi di produzione agricola.
Ad attuare il vasto complesso della villa e del podere modello l’architetto Antonio Caregaro Negrin rimane impegnato per circa vent’anni (1865-1884) dispiegando in originali architetture il suo linguaggio eclettico.


La villa, come si legge in una mappa secentesca, era in origine assai modesta nelle dimensioni e di semplici forme rinascimentali, articolata in due parti ben distinte nelle funzioni, la casa padronale e la barchessa.
Quando al Caregaro Negrin venne affidato il compito di ristrutturare l’antica villa per trasformala in una sontuosa dimora per la numerosa famiglia di Alessandro Rossi, essa si trovava in uno stato di completo abbandono.
L’artista vicentino ampliò la parte padronale, aggiungendovi due corpi laterali, di cui uno sopraelevato di un piano rispetto all’intero edificio, incorniciando in tal modo il luminoso prospetto del corpo centrale risolto in forme architettoniche moderne.
La ricchezza cromatica e plastica dell’apparato decorativo non appesantisce la semplicità della struttura architettonica del prospetto principale della villa che se per certi aspetti può sembrare un revival tardivo del gusto eclettico del tempo, per altri testimonia l’apparire di un nuovo gusto che preannuncia il Liberty.

Il Caregaro-Negrin impiegò con estrema disinvoltura gli elementi della tradizione classica insieme a quelli ottocenteschi: il doppio ordine delle quattro lesene tuscaniche e corinzie del corpo centrale della facciata è sottolineato dall’alta fascia decorativa disegnata a putti e fiori stilizzati e dall’elegante pergolo in ghisa sostenuto da mensole in pietra poggianti su busti d’angelo.

Nel riformare la parte rustica, il Caregaro - Negrin conservò la struttura della barchessa, rafforzò la base delle colonne tuscaniche d’ordine gigante, fece affrescare in stile pompeiano la parete di fondo e vi collocò una serie di busti di illustri personaggi.
La profusione degli ornati e l’eleganza delle linee architettoniche della maestosa villa, si traduce anche nelle sale interne che conservano per lo più l’aspetto ottocentesco. La grande sala di ricevimento del pianterreno è decorata in stile pompeiano con il grandioso affresco del Busato rappresentante Andromaca che riceve le spoglie di Ettore; la sala-biblioteca conserva il prezioso pavimento in marmo e lapislazzuli dell’Esquilino di Roma .


Ai piani superiori, un tempo riservati alle camere della fam. Rossi e degli ospiti illustri, si sale per mezzo di un’elegante scala che immette in un arioso atrio pavimentato con marmo a riquadri bianchi e neri nel quale è incisa la data d’inizio della ricostruzione della villa.

 

Chiesa S. Spirito
Nel lato ovest dell’edificio si apre il viale degli antichi cipressi che porta al secentesco tempietto di Santo Spirito riformato dal Caregaro - Negrin nel 1866 in stile lombardo – bizantino.


Il Parco
Il parco di villa Rossi è situato alle pendici del monte Summano,
La superficie complessiva è di ha 4.42.11, suddivisa in 38.724 mq. Di superficie verde e di 5487 mq. di superficie occupata da edifici e piazzali.
Il parco, dal punto di vista botanico é composito, rispecchia fedelmente un’ epoca storica in cui il travolgente progresso dei mezzi di trasporto e di comunicazione, gli scambi commerciali, la circolazione di uomini e idee, favorì enormemente anche l’importazione e la diffusione di piante esotiche. Tutto questo si può vedere osservando gli esemplari arborei tuttora presenti. Il parco è diviso in due parti denominate delle “Rive” e del “Laghetto”, separate dalla strada che porta in località Lesina.

 

Il Parco delle Rive
La parte superiore detta “delle Rive”, era destinata ad un uso agricolo, a servizio della sottostante villa, con presenza però di elementi di tipo scenografico e paesaggistico.


Il Parco del Laghetto
La parte inferiore detta “del Laghetto” conservata in maniera migliore rispetto alla precedente, è quella che maggiormente presenta aspetti legati al “giardino paesista” quale era inteso sul finire del XIX secolo e nella quale si possono tuttora ammirare; vialetti sinuosi, architetture rustiche, imitazioni archeologiche, giochi d’acqua, laghetti, spazi erbosi e masse arboree che permettono di creare un insieme pittoresco e vario.
Il parco romantico per le sue caratteristiche sopra citate, si presta poco all’individuazione al suo interno di un percorso logicamente ben definito. Questo modo di concepire il parco in modo paesaggistico sfruttando la naturale ondulazione del terreno, creando zone con chiari scuri, ha l’intento più di stupire il visitatore nella scoperta passo dopo passo dei luoghi “magici” che non quello di indirizzarlo verso punti precisi di particolare importanza.
E’ possibile tuttavia tracciare un percorso ideale che faciliti la guida all’interno del parco partendo dall’ingresso sud, caratterizzato da una maestosa cancellata in ghisa che conduce immediatamente al laghetto più grande del giardino. Esso è circondato da una serie imponente di piante secolari, tra cui il Pino himalajano dal particolare portamento, alcuni cipressi del Portogallo e soprattutto i maestosi Tassodi, con le caratteristiche radici aeree.
Percorrendo il cammino verso destra si percorre il viale degli Ippocastani che conduce alla prima rovina denominata ”casa dei camosci” e di seguito ai rustici in stile svizzero destinati ad accogliere l’abitazione del custode e gli arnesi da lavoro dei giardinieri.
Nelle adiacenze degli stessi si trova una serra in vetro dotata di un particolare sistema di riscaldamento a letto caldo.

Proseguendo verso il lato est del parco si segnala il sedile in pietra, molto interessante sia per la trifora dello schienale , sia per la raffinatezza della decorazione floreale,sia per il motivo zoomorfo delle aquile laterali; il tutto circondato da altri specchi d’acqua posti su vari livelli e collegati da piacevoli cascatelle.


Salendo lungo il sentiero principale si arriva alla parte più formale dell’intero complesso; la cosiddetta vasca circolare: si tratta di un breve spazio pianeggiante che accoglie una vasca circolare contornata da siepi di bosso sistemate secondo un rigido schema geometrico. Sullo sfondo robusti pilastri in pietra sostengono le tre arcate con cui termina la galleria che conduce alla villa. Su di esse risaltano i tre medaglioni raffiguranti i simboli dell’industria e dell’agricoltura.
Di qui lungo un sentiero tortuoso e romanticamente delimitato lungo l’alta mura del parco da finte roccette, si giunge ad un particolarissimo tempietto decorato all’interno in stile neo pompeiano e sistemato all’esterno in guisa di finta rovina. All’interno ospita un acquario alimentato dalla stessa acqua che scorre in tutto il resto del parco. A questo punto ci si ritrova in posizione sovrastante in laghetto e quindi in prossimità dell’uscita.


Il Podere modello modello
Per completare il significato e la bellezza stessa del parco, Rossi pensò al “Podere Modello”, una modernissima azienda agricola che si estendeva a sud del complesso architettonico della villa. Egli si affidò per la progettazione del podere al Caregaro-Negrin, e per la direzione dello stesso ad un preparatissimo tecnico belga: Enrico Moerman di Gand. Il podere modello si estende a sud del complesso della villa e del parco e comprende una superficie di circa 50 ettari in cui si volle creare un’azienda agricola capace di porsi come esempio a livello nazionale.
Al podere venne annessa una scuola di pomologia e di orticultura e, non a caso, venne sistemato tra i due colossi industriali di Schio e Piovene. Il tutto allo scopo di indicare che l’agricoltura, pur in uno stato di grave crisi, non doveva cedere il posto al fiorente sviluppo industriale, ma altresì doveva giovarsi delle conquiste tecniche proprie del settore industriale.
Un documento datato gennaio 1884 e firmato da V. Alpe riporta che il podere comprendeva circa 50 ettari divisi in due corpi dalla strada provinciale Schio-Piovene-Arsiero lungo la quale nel 1876 fu costruita la ferrovia.
Quella che nasceva era una vera e propria scuola agraria destinata a formare giovani esperti di orticoltura e agricoltura

Fece realizzare un vasto complesso di serre e di campi, e fece costruire dal suo architetto un edificio appositamente pensato come sede della scuola. L’istituto accolse giovani provenienti da ogni parte d’Italia. Giovani nei quali Rossi riponeva molte speranze, come si capisce dal suo intervento di saluto pronunciato nel 1884 ai primi trentun allievi ospitati nell’istituto: “ Carissimi giovani vi aspettavo da lungo tempo; (…). Io non starò a farvi un discorso; discorsi non ne udrete mai, né da me né da altri: a Schio si ragiona con i fatti(…) .La nostra non è una scuola di bambini, ma una fabbrica di uomini.”
L’area del podere fu recintata con un’alta mura lunga 4350 m.. La prima sezione del fondo, che confina con il parco di Villa Rossi, fu destinata quasi completamente alla coltura della vite, data la sua favorevole posizione sul dolce pendio del Summano esposto a sud-ovest, mentre la parte pianeggiante fu piantata ad ortaglie. Una abbondante irrigazione era assicurata dalle acque spontanee del monte e dal grande serbatoio posto agli inizi del podere. Nel lato est del del vigneto fu costruita la CASA GIALLA, destinata ai capi coltivatori, che tuttora conserva la struttura architettonica originale. E’ un elegante edificio d’ispirazione neoclassica costituito di tre piani ben distinti.
Il corpo inferiore del podere comprendeva: una vigna, un vivaio di piante fruttifere di circa due ettari, un frutteto di circa 25.000 piante e le ortaglie e alcuni ettari destinati alla coltivazione degli asparagi.
Il podere era diviso in quattro settori e in ogni settore venne costruita una casa colonica che ospitava i capi coltivatori e i custodi del podere, queste caratteristiche abitazioni in stile svizzero sono tuttora esistenti e abitate. Sono conosciute ancora, nella toponomastica locale, con i nomi dati da A. Rossi : LA CASA BIANCA, LA CASA ROSSA, LA CASA VERDE e LA CASA CELESTE.

 

DOVE


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